
Allarme Gimbe: 18,8 miliardi di tagli invisibili alla sanità tra 2023 e 2026
Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Per il futuro le cose non sembrano cambiare e si prevede che per il prossimo triennio saranno necessari 32 miliardi aggiuntivi per finanziare la sanità senza gravare sui cittadini. Sono alcuni dei dati salienti del Nono Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale realizzato da Fondazione Gimbe e presentato questa mattina presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. Nel periodo 2023-2026, illustra il rapporto, il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese lo scenario cambia: nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l'eccezione del 6,14% del 2026. Questo calo ha prodotto una perdita 'virtuale' per la sanità di 18,8 miliardi. "Il finanziamento nominale è certamente aumentato ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn", dice il presidente Gimbe Nino Cartabellotta. "È il fenomeno dei 'tagli invisibili': non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil del 2022". A rosicchiare ulteriormente le risorse per la sanità, inoltre, è intervenuta l'inflazione, che ha praticamente annullato la crescita nominale di 37,5 miliardi del Fondo sanitario tra il 2010 e il 2026. Per il futuro, secondo Gimbe, le cose non sembrano cambiare. Facciamo il punto con Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE.
Energia, allarme inverno della Ue: flessibilità sul tavolo dell’Ecofin
La decisione di interrompere la lunga catena delle proroghe al taglio delle accise sui carburanti ha retto meno di 24 ore. Il ripensamento è maturato fin dalle prime ore del pomeriggio di ieri. E salvo sorprese sarà tradotto a breve nella pubblicazione di un nuovo decreto interministeriale per riattivare le «accise mobili». Che possono contare su una dote un po’ più consistente rispetto alle ultime volte, perché più alti sono stati i prezzi sostenuti dagli automobilisti a settembre. Sul piano economico, la variazione non è enorme. Ma sul terreno politico è sufficiente a scatenare la polemica intorno a un price cap su cui il Governo ha puntato molto proprio per alleggerire il carico degli interventi sul bilancio pubblico. La vera partita italiana però è europea in vista dell’Eurogruppo di domani e dell’Ecofin di venerdì in Lussemburgo. I due temi più rilevanti sul tavolo sono: una tassazione comunitaria sugli extraprofitti, chiesta dall’Italia insieme a Germania, Austria, Spagna, Portogallo e Polonia, e una “flessibilità” sulle valutazioni relative al rispetto dei tetti di spesa imposti dal nuovo Patto di stabilità, chiesta da Roma insieme alla Grecia ma discussa in questi giorni anche con altri Paesi. Per quanto riguarda la flessibilità la partita è aperta. Ed è cruciale anche in vista di una legge di bilancio che, tabelle del Documento programmatico di finanza pubblica alla mano, oggi non prevede margini di bilancio dal deficit per le misure centrali nell’agenda del Governo per l’ultima legge di bilancio prima del voto, dal taglio Irpef alla proroga delle tassazioni agevolate. Sulla regola della spesa, la richiesta italiana non attiva “extradeficit” come accade con la clausola di salvaguardia per energia e difesa. Ma proponendo una valutazione flessibile sulla regola della spesa può aiutare ad aprire qualche spazio per gli interventi: non amplissimo, perché con un deficit tendenziale al 2,8% (al netto della clausola) il crinale per evitare rischi ulteriori sulla procedura per disavanzi eccessivi resta minimo. Ma in tempi difficili tutto aiuta. Il commento di Adriana Cerretelli, editorialista de Il Sole 24 Ore Bruxelles.
Borse in rosso, nuova tempesta sui bond. Milano torna sotto 50mila punti
Segno meno per le Borse europee, colpite su più fronti dal petrolio in salita all'euro in calo sui minimi da maggio 2025 sul dollaro e soprattutto dai rendimenti obbligazionari in rialzo. Il greggio ha ripreso a salire anche a causa delle tensioni in Medio Oriente, con i nuovi attacchi alle infrastrutture saudite da parte dei ribelli yemeniti Houthi, e le offensive contro le navi nello Stretto di Hormuz. Una tensione che si riflette sull'obbligazionario, dove i rendimenti sono ancora in rialzo: il BTp italiano al 4,66% (spread a circa 116 punti base); l'Oat francese al 4,9% (in questo caso lo spread col Bund è di circa 139 punti, viste le preoccupazioni per i conti pubblici e le elezioni in vista). Sui titoli di Stato europei incidono pesantemente le crisi politiche: i dubbi sul piano francese per il deficit e le elezioni anticipate in Spagna allargano gli spread e spingono l’euro sotto 1,12 sul dollaro. Intanto, da Bruxelles minimizzano il rischio contagio. "Per ora non vedo realmente un contagio" dalle turbolenze di mercato sui titoli di Stato francesi, rispetto agli altri Paesi dell'Eurozona. Lo ha affermato un alto funzionario europeo alla vigilia dell'Eurogruppo, sottolineando di non essere "particolarmente preoccupato" per le tensioni legate alla Francia. "Quello che abbiamo visto sono i rendimenti dei titoli del Tesoro francese reagire alle notizie provenienti da Parigi e le reazioni sono state più o meno comprensibili", ha spiegato. "Stiamo parlando di un'economia fondamentalmente solida, con un sistema finanziario molto solido e con tutta la capacità necessaria per affrontare le proprie sfide", ha sottolineato. La Francia si trova "politicamente in una situazione complicata", ha riconosciuto il funzionario, "ma non è che abbia esaurito le opzioni per risolverla. Quindi non sono particolarmente preoccupato". Alla domanda se l'Eurogruppo possa chiedere alla Commissione europea o alla Bce di intervenire in risposta alle tensioni francesi, il funzionario ha risposto che "la risposta chiara è no". Ne parliamo con Lorenzo Codogno, Visiting professor alla London School of Economics e al College of Europe e consulente con LC Macro Advisors Ltd dal 2015.
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